Primo Piano

Anniversario don Gigi


Il 10 maggio 1996 muore improvvisamente a soli 51 anni don Luigi Guglielmi, figura di uomo e di sacerdote che si è speso totalmente a servizio della nostra Chiesa diocesana, nel suo essere parroco, liturgista, direttore della Caritas e tanto altro. Lo ricordiamo anche come un grande amico, capace di ascoltare le persone e di accompagnarle nelle scelte della vita, capace di grande vicinanza e condivisione con i più piccoli e i più poveri, in Italia e all’estero.
Don Gigi con la sua parola e i suoi scritti, i suoi atteggiamenti, le sue scelte, è stato ed è un testimone scomodo. Uno di quelli che non vorresti incontrare per stare tranquillo, ma poi sei felice e ringrazi il Signore che te lo ha messo sulla strada.
In un primo momento don Gigi ti creava sconcerto o stupore, poi ti domandavi dove volesse arrivare, se conosceva il prezzo da pagare. Poi ti veniva voglia di seguirlo e di sostenerlo, perché era lui il primo a pagare di persona, lui che ti lanciava verso una Chiesa senza recinti, la Chiesa del Vangelo, che ti invita ad andare incontro alla gente, al povero, allo straniero, ad accogliere senza pregiudizio, senza fare le parti, senza mettere al margine.
Il segreto del sorriso di don Gigi stava soprattutto nell’Eucaristia, dalla quale attingeva la forza per lottare, per sperare, per amare la sua gente, la sua Chiesa, anche la piccola chiesa di Castellazzo e Roncadella, che voleva bella nell’edificio, risplendente nella comunione fraterna, la sua Chiesa diocesana che ha imparato a cantare le lodi al Signore dal suo talento per la musica e la liturgia, Chiesa diocesana che per lui si è fatta missionaria in terre aride come l’Albania o irrorate dal sangue di padre Tiziano e dai martiri del genocidio come in Rwanda. Progetti all’estero che ora sono diventati missioni diocesane portando avanti quello stile semplice e di condivisione con i più poveri che don Gigi ha sempre voluto mettere al centro dell’agire e che rimane un forte richiamo anche per la nostra Chiesa reggiana.

Ma c’è ancora un concetto che vorremmo riprendere prima di concludere: alla liturgia ci si arriva dopo avere ascoltato ed accolto l’annuncio. La liturgia, specialmente l’eucaristia domenicale, non chiude il discorso ma se lo esaurisce momentaneamente sul piano rituale, lo apre ad orizzonti sconfinati nel campo del vissuto, quello che viene riassunto nella fatidica parola carità”.
(da libro “Il canto nelle nostre chiese” di don Luigi Guglielmi)

Ho cercato di vivere anch’io distaccato dalle cose, pur avendo tutto il necessario per il mio ministero. Se posso dire ancora qualcosa ai cristiani delle comunità che ho servito, ai giovani soprattutto: il coraggio di scelte generose che li spinga a non temere di perdere qualcosa per il Signore, perché c’è tutto da guadagnare”.
(dal “Testamento spirituale” di don Luigi Guglielmi)

Trovo allora che perdere tempo a testimoniare la pace non è da ingenui: il ruolo che stiamo giocando è fondamentale, anche se i risultati sono deboli. Se l’umanità è ancora salva nella sua sostanza lo dobbiamo anche a quella esigua minoranza di idealisti che, a questo punto, non sono più dei sognatori, ma uomini reali, realissimi, a pieno titolo incarnati nella loro storia e che la storia dei loro discendenti la stanno costruendo un pezzo per volta con l’impegno di oggi”.
(dallo scritto “Cultori di utopie e costruttori di pace?” di don Luigi Guglielmi)

Vorrei delle comunità che smettano di fare dell’assistenzialismo e cominciano a fare della promozione umana. Una Chiesa più missionaria qui e altrove, che ha il respiro largo e gli orizzonti vasti, un clero attento alle persone più che alle strutture da erigere e da restaurare. Una Chiesa che crea anche le strutture, ma che le usa per promuovere e non per assistere. Una Chiesa meno in sagrestia e sui sagrati, che si espone di più nei quartieri a rischio, che perde un po’ di tempo a fianco dei malati di Aids e non li ghettizza. Insomma una Chiesa di frontiera che non tiene sotto controllo i poveri perché non invadano e se non gli arrivano sotto casa, se li va a cercare alla stazione, nei casolari abbandonati o sulle strade per strappare le ragazze dal marciapiede. Ci sono delle comunità capaci di mettersi per questa strada? E se non ci sono dobbiamo rivedere il significato delle nostre Eucarestie ...
(da “Caritas parrocchiali quale segno per il nostro tempo?” di don Luigi Guglielmi)

E’ il Rwanda che ha bisogno di noi o siamo noi che abbiamo bisogno del Rwanda? La domanda è oziosa e provocatoria insieme. L’idea dello scambio e della condivisione costituiscono certamente  il fondamento di questo impegno che nato timidamente, sembra diventare un albero  robusto. […]
La parola, la mensa e i poveri: non sono più solo parole, forse non  sono mai state solo delle parole, ma adesso stanno prendendo corpo in modo ancora più vero. Allora l’Eucaristia al centro e da essa tutto il resto. La preghiera al centro, il Cristo crocifisso al centro e noi in ginocchio in adorazione perché da lì prende spinta, ragione e motivazione il servizio ai poveri
”.
(dal libro “Amahoro” di don Luigi Guglielmi)